I sette cristalli della perduta Ygvengar hanno da sempre rappresentato un mistero irrisolto per gli stregoni della Torre Nera, sebbene alcune delle loro proprietà siano state scoperte ed impiegate con moderato successo nello studio di altri manufatti incantati. Nella primavera del 1324 i preziosi cristalli lasciarono i sotterranei della Torre per essere trasportati, sotto forte scorta, al maniero di Lairenne, nel tentativo di svelare il segreto che ancora le ossa dell’Angelo di Bertrando nascondevano.
Il viaggiatore si destò, al canto di usignoli che cinguettavano allegri in una splendida giornata di sole. Era la vigilia della Festa di Mezza Estate, e non aveva mai dormito così bene! Mai il suo capo si era posato su cuscini dalle piume così morbide, e dovette riconoscere che Marchesa aveva trasformato il palazzo di Lairenne in un luogo veramente incantevole. Eppure, la minaccia che cercava una strada per il suo cuore poteva annidarsi proprio all’interno di quelle confortevoli mura.
La sera precedente l’incontro con i suoi valorosi congiunti, compagni d’arme di una delle avventure più indelebili della sua vita, aveva lasciato in lui un gradevole ricordo, ma aveva percepito con forza la tensione che stringeva i cuori di coloro che erano rimasti nel feudo di Lairenne: al semplice udire dell’ingaggio di un giullare, Bell aveva ritenuto opportuno mobilitare alcuni tra i feroci mercenari a guardia del maniero per intimidirlo, inviandone altri a sorvegliare l’intero circo di saltimbanchi con il quale era arrivato. Eppure Grinwald sapeva che i mercenari, per loro definizione, erano fin troppo sensibili alle vuote promesse del denaro, ed anche se Marchesa aveva parlato di un nemico che era estraneo al feudo di Lairenne, non aveva escluso che si sarebbe potuto servire di un sicario che già si trovava entro i suoi confini.
Al termine delle sue preghiere, Grinwald ripose nella scarsella gli oggetti da cui non si separava mai, aggiungendo ad essi anche la piccola scatola di legno che custodiva il regalo di Dorian, una pipa finemente intagliata dallo stregone, a guisa di una donna che stringeva sul corpo una spada; poi uscì, e presto raggiunse i suoi compagni già intenti a gustare un’abbondante colazione al fresco del patio antistante il magnifico palazzo di Lairenne.
L’aria era fresca dopo la notte di pioggia, e la conversazione fu tra le più gradevoli. La tensione quasi palpabile della sera precedente sembrava dispersa dai raggi di sole che cadevano obliqui sul Giardino dei Segreti. Dopo essersi saziati con frutta, pasticcini e latte fresco, i quattro congiunti decisero di compiere una passeggiata per le strade di Tullvéch per salutare coloro che li avevano aiutati nella lotta contro i due perfidi mezzo-giganti quasi quattro anni prima. Tuttavia Dorian non riusciva a scacciare i suoi timori relativi ai sette cristalli della perduta Ygvengar, al momento privi della sorveglianza di un Maestro, e si ripromise di verificare al suo rientro che tutto fosse in ordine, con una breve visita alle cripte di famiglia che li custodivano.
Fu così che, una volta raggiunto il distretto mercantile, la compagnia ritrovata passò innanzi alla nuova statua che aveva rimpiazzato il cavallerizzo mutilato dagli abietti cortigiani-cannibali, adesso sostituito da una donna marmorea dall’espressione benevolmente severa, le cui sembianze erano scolpite in modo che replicassero le graziose fattezze di Marchesa. Ma Dorian non ebbe il tempo di motteggiare l’amica, poiché si accorse che uno degli apprendisti, abbigliato con il tradizionale saio delle Vesti Incolore, cercava di attrarre la sua attenzione dalla soglia della Torre Alta: si trattava di un giovane mezz’elfo, e la sua espressione era visibilmente preoccupata.
Quando Dorian si staccò dal gruppo per avvicinarsi, il mezz’elfo gli venne incontro e si presentò con un mezzo inchino: rispondeva al nome di Gavin, e riferì all’attonito Dorian che Nicodemo, l’ultimo stregone rimasto alla Torre Alta dopo la frettolosa partenza del Maestro Antòn de Syonn, era stato condotto con insistenza dai templari della Croce Nera all’accampamento dell’Alto Inquisitore Guilliman la sera precedente. Il giovane mezz’elfo sembrava molto preoccupato, perché Nicodemo non era ancora rientrato, nonostante la pioggia si fosse fatta sempre più fitta durante la notte.
Dorian fu subito colto da un sentimento d’urgenza, e dispose che Gavin sorvegliasse personalmente l’accesso alle ossa dell’Angelo di Bertrando, in modo che nessuno vi si avvicinasse. Poi tornò verso i suoi compagni, scuro in volto. Per via del suo rango di Magus si sentiva responsabile per Nicodemo e per gli apprendisti, e l’arroganza con cui aveva visto comportarsi gli Inquisitori negli anni appena successivi alla fondazione del loro poco benevolo Ordine gli suggeriva le peggiori conclusioni. Una volta raccontato l’accaduto, Bell si diresse al barbacane, dove appurò che la carrozza dell’Alto Inquisitore aveva già lasciato il maniero, diretta al suo accampamento nell’area predisposta per il grande torneo.
Nonostante Marchesa avesse deciso di non incontrare i suoi ospiti prima del banchetto ufficiale che si sarebbe tenuto nella prima serata della vigilia del torneo, l’urgenza imponeva anche la sua presenza, e così i quattro amici salirono su una delle carrozze che il Gran Cerimoniere Taddeo aveva predisposto per portare i nobili ospiti dal maniero all’ampia radura destinata ad ospitare il maestoso evento.
Quando la compagnia giunse a destinazione, persino Bell si stupì nel vedere quante tende e quanti maestosi vessilli garrivano al vento: nei giorni antecedenti la vigilia, dozzine di cavalieri e scudieri si erano aggiunti al centinaio che già aveva posto le proprie tende intorno all’area predisposta per la fiera, dove mercanti locali e stranieri erano accorsi per ingrassare le loro scarselle con il conio dei valorosi combattenti. Tuttavia gli accampamenti più importanti dei nobili nati erano stati collocati su un’area più elevata, una bassa collina a forma di ferro di cavallo, dalla quale era possibile osservare quanto accadeva nella grande arena dei cavalieri.
Senza perder tempo, la compagnia si diresse subito nei pressi dell’imponente accampamento dei Crociferi, che circondava il padiglione dell’Alto Inquisitore. Innanzi alla tenda videro il carro scoperto di Elinor a cui era agganciata la sua fedele giumenta Iriga; alcuni templari erano intenti a scaricare piccole casse e custodie, mentre l’alchimista di Tullvéch, poco distante, attendeva in compagnia di un attempato e robusto soldato, privo di elmo ma ricoperto di piastre dal collo alla punta degli stivali.
Quando si avvicinarono, Elinor li salutò allegramente, lieta nell’incontrare Dorian e Grindall, che non vedeva da molti anni. Spiegò brevemente che l’Alto Inquisitore aveva fatto incetta di ogni lozione, tintura e profumo si trovasse nella sua bottega, poiché, a quanto le era stato riferito, le sue scorte erano state perdute a causa di un incidente lungo la strada per il feudo di Lairenne. Elinor bisbigliò anche all’orecchio della baronessa che nessuno dei composti acquistati poteva essere usato per una mistura velenosa, segno che le preoccupazioni della giovane nobile di Varetta avevano in qualche modo contagiato tutti coloro che ancora temevano per la sua salute.
Il veterano piastrato nel frattempo si presentò come Sir Ponthioc, e una volta appurata l’identità di Marchesa la condusse, insieme ai suoi cugini, al cospetto dell’Inquisitore. All’interno della tenda essi vennero però accolti da un altro templare, che indossava sul petto un medaglione sacro con il tetro simbolo dell’Inquisizione. Si trattava di Sir Glaive, la guardia personale di Guilliman, il cui volto era celato da un elmo completo da cavaliere che mutava la sua voce in una specie di roco rimbombo.
L’Alto Inquisitore Guilliman tuttavia non li fece attendere, e si presentò scostando un lembo di uno dei molti ambienti ricavati all’interno del grande padiglione, anticipato da un gradevole profumo di lavanda. Dopo le necessarie presentazioni Dorian affrontò subito l’argomento che gli stava a cuore; tuttavia l’Inquisitore rispose che sebbene Nicodemo fosse stato suo ospite la sera precedente, si era allontanato dall’accampamento dopo una lunga e infruttuosa conversazione, della quale Guilliman non era per nulla soddisfatto. Poiché Dorian non se ne convinceva, Guilliman richiamò al suo cospetto Sir Ponthioc, il quale confermò che il mago veste si era diretto, sotto la pioggia, verso l’accampamento di Paul Quinsonn, il baronetto del feudo di Clarmont. Molto perplessi da quanto avevano appreso, i quattro compagni decisero di andare a fondo della vicenda, e si recarono quindi all’accampamento del nobile nato, su cui garrivano le bandiere raffiguranti l’ala d’aquila nera dei Quinsonn.
L’accoglienza che ricevettero fu ben più cordiale: il giovane baronetto Paul Quinsonn in persona, il nipote dell’astuto Didier, andò incontro al piccolo gruppo nei pressi del suo padiglione e accolse Marchesa con tutti gli onori. La baronessa se ne compiacque, ma registrò nella sua mente che Paul doveva aver raccolto informazioni su di lei, poiché la maggior parte dei cavalieri ancora non era in grado di riconoscerla, mentre il baronetto non aveva avuto alcuna esitazione nel darle un caloroso benvenuto. Paul conosceva inoltre gli eventi occorsi l’anno prima, la “bravata” di Lord Thorsten Vark, e la baronessa si convinse che nonostante la giovane età questo Lord doveva disporre di un eccellente rete di spie.
Dopo le dovute presentazioni, Dorian si dispose a spiegare il motivo della loro visita, e Paul Quinsonn confermò che si trovava all’accampamento la sera precedente e non aveva accolto alcun mago-veste; tuttavia chiamò il suo capitano, Cassio, per averne conferma. Quando il baronetto rivolse al nerboruto soldato di Miragliano la stessa domanda, Cassio invece confermò che uno stregone si era avvicinato, sotto la pioggia, all’accampamento. Il soldato tentò di bisbigliare qualcosa all’orecchio di Paul, ma egli indignato gli intimò di parlare ad alta voce: e così Cassio ammise apertamente di non nutrire alcuna fiducia negli stregoni, e aveva pertanto ordinato a due dei suoi uomini di pedinare il mago-veste fintanto non si fosse allontanato dall’accampamento dei Quinsonn; i due armigeri avevano smesso di seguirlo quando lo stregone si era addentrato tra i padiglioni del casato di Thorsten Vark.
La ricerca di Nicodemo sembrava non avere fine, ma la compagnia era decisa a vederci chiaro, quindi Marchesa mise da parte i suoi propositi di mostrarsi agli altri nobili soltanto al ricevimento, e si predispose per far visita anche all’arrogante signore del feudo di Vorthein, che solo l’anno prima si era presentato con più di duecento spade alle porte del maniero per costringerla a sposare il suo quintogenito e consegnarle le chiavi di Lairenne. Benedette le compagnie mercenarie assoldate da Bell che lo avevano impedito! Thorsten se n’era andato scornato in quell’occasione, e Marchesa si chiese come l’irruento nobile di Vark avrebbe reagito in questo nuovo confronto.
All’accampamento di Thorsten la compagnia venne accolta dal giovane e sprezzante Gaston Navarre, lo spadaccino al servizio del feudo di Vorthein. Ancora una volta, appurata l’identità di Marchesa, il giovane capitano ne informò il nobile nato, e Thorsten in persona emerse dal suo padiglione per andarle incontro; e con enorme sorpresa di Grinwald, al suo fianco vi era Dama Morwen, la sacerdotessa di Morr che aveva combattuto insieme a lui nell’estate dell’anno precedente, e che aveva annientato, protetta dallo scudo di Libra, uno tra i pericolosi necromanti che si nascondevano tra le ombre delle valli del feudo di Argagnach.
Il sessantenne barone di Vorthein si piantò a pochi metri da Marchesa, incrociando le braccia, mentre il severo cipiglio mostrava come sempre l’attitudine alla collera e alle decisioni tumultuose per le quali era diventato tristemente famoso. Al suo fianco pendeva dal fodero Squartatrice, la lunga spada affilata che sempre viaggiava con l’erede del casato di Vark. Marchesa decise di impiegare toni concilianti e diplomatici, ma inaspettatamente la sua carta vincente si riveò essere proprio Grinwald: Thorsten abbaiò rabbiosamente contro Dorian e tutto l’ordine dei maghi-veste, ma mostrò grande rispetto per il paladino di Libra. Marchesa sapeva che Gelion Vark, padre di Thorsten, era stato costretto ad abbracciare la fede della Croce Nera per salvare la vita della giovane figlia al termine della guerra dei trent’anni, ma era evidente che il casato di Vark mai avrebbe abbandonato veramente il Culto degli Dei.
Sebbene Thorsten non aveva visto alcuno stregone, Gaston Navarre confessò (con una punta di sincero rammarico per non averne informato per tempo il suo signore) che un mago dalle vesti nere e fradice si era avvicinato al limitare dell’accampamento la sera precedente. L’incantatore aveva tuttavia dichiarato di essere soltanto di passaggio, ed in effetti si era allontanato subito, diretto verso il sentiero che conduceva a Tullvéch e verso le tende dei cavalieri.
Quando Thorsten si era già voltato per tornare alla sua tenda, Morwen si attardò qualche istante per accomiatarsi da Grinwald con parole di sincera stima, ma già il resto della compagnia si affrettava a raggiungere Dorian, che aveva allungato il passo per raggiungere le tende sovrastate dagli orgogliosi stendardi dei cavalieri; il suo viso era teso poiché il suo cuore era gonfio d’apprensione per la scomparsa di Nicodemo e nulla era in grado di scacciare le fosche ombre che vedeva all’orizzonte, nemmeno il sole splendente di quella calda giornata d’estate.